Il meshuggah dello shtetl
CHOPIN
All’improvviso un bagliore poi la porta si richiuse su se stessa. Rimasero isolati gli infiniti tentacoli senza finestre che freschi di rosa incontravano i passi perduti del viaggiatore sconsolato. Circondato da essenze fragranti scrisse su un foglio trasparente le sue ultime impressioni e le soffiò in aria in un unico movimento. Ogni idea prese forma sulle azzurre pareti senza appoggi né appigli delineandosi sacra in un appagante senso di frustrazione. Gli occhi ruotarono sul perno della mente, l’anima dilagante produsse strani stracci bagnati e li asciugò passo dopo passo. L’orologio singhiozzante scandì il tempo a modo suo e dopo cento suoi anni il musicista senza mani vibrò nell’etere il più puro dei suoni.
ARMONIE
Il mi minore suona perfetto come ogni dolore. Disarmante nella sua semplicità. Solo due dita per costruirlo. Solo due dita sulla tastiera e la tua chitarra si anima di profonda sostanza. Lacera l’udito col suo straziante grido. La mia chitarra suona sull’alto tetto fatto di altoparlanti. Cosparge la città di corde colorate che fluttuano nell’aria e vibrano tutt’intorno. Si dipanano dalla terra al cielo. Quando il mi minore suona il cielo stanco prende a gocciolare e diventa verde ed insensibile. Il mi minore è stabile immobile potrebbe risuonare per millenni senza mai stancare. Il mi minore apre cuori e anime. Infrange le onde sugli scogli. Frusta le mie dita di povera visionaria Il mi minore supera gli angoli delle mie orecchie e arriva nella mente dove si ferma a riposare. Mi trapassa come uno spillo e raccoglie le gocce del mio sangue. Risuona lento, mai si spezza. Risuona e giace sconvolto dopo il lungo amplesso. Sul mio tetto di amplificatori imbraccio la mia chitarra e suono la mia vita in mi minore.
CONCERTO PRIVATO
Immobile nella stanza rifletteva sul da farsi. La sua voce iniziò a sgorgare dal profondo, rotta dal pianto e dalle mille emozioni. La sua voce doveva farsi spazio tra i dolori del mondo – sovrastarli uno ad uno nella sua recondita debolezza. Nell’angolo polveroso abbracciò la chitarra e si fece forza col calore del legno. Le note fendevano l’aria, ferivano i suoi deboli polpastrelli e il sangue del cuore si mescolò con quello dell’anima. Le corde vibravano come impulsi fiammeggianti. Senza nome disegnavano simmetrie improvvisate. I bassi laceravano il dolore sottopelle – gli acuti dilaniavano le carni ancora vive. “Ancora un giro”, si disse premendo sempre più forte le dita. E dimenticò la solitudine, dimenticò quell’anima adorabile che le mancava così tanto. La chitarra si fece leggera mentre la voce si trasformava in pianto dirotto. Evaporò improvvisa come pozzanghera dopo un temporale estivo. Note inermi persero la strada della vibrazione e vagarono per la stanza accartocciandosi su se stesse. Il suo canto era finito, più non risplendeva tra il buio e la luce. Pian piano si spense come candela ormai consunta. La voce rotta emetteva solo soffocanti singhiozzi di tristezza.
“Vieni a salvarmi” Gridò al vuoto sopra di lei. Ma nessuno accorse.