Il meshuggah dello shtetl
Oggi improvviso, cioè vado a caso. Come al solito. Sarà il tempo sarà tutto quel liquido sporco che sta scendendo in questi giorni dal cielo. Improvviso nel mio tempismo imperfetto. Treni in ritardo macchine che mi tagliano la strada pile che si esauriscono proprio quando dovevano continuare a funzionare pioggia che cade appena metto il piede fuori di casa. Così improvviso, cioè vado a caso. Cerco di stupire di sovvertire l'ordine precostituito degli eventi. Tutti attorno mi osservano come se stessero osservando un pazzo. E io in mezzo a loro rido. Il vagone del treno vomita fuori gente frustrata gente stanca gente di tutti i tipi. La osservo con della musica liquida di sottofondo. E mi stupisco del fatto che tutti siano contemporaneamente completamente uguali e completamente diversi tra loro. Io no, io non vivo. Io improvviso, cioè vado a caso.
EVOLUTION
VOCE FUORI CAMPO
“In un tempo che ognuno di noi dimentica, ci fu un gran botto e poi… silenzio. Un silenzio precario, che terminò con la pioggia. E dalla pioggia nacquero gli oceani. E negli oceani nacque la vita.”
FASE 1: Australopitecus afarensis
Ci sono quattro ragazzi con del gran talento. Suonano in un gruppo e pochi lo sanno. Le loro canzoni sono splendide, frutto di ore passate a suonare scrivere fare e rifare, ma non hanno una sala prove. Si arrangiano nella stanza della cantante, che non ha nemmeno l’amplificatore per il microfono. Hanno due o tre fan: i loro amici più cari, che proprio ora stanno assistendo ad un mini-concerto privato nella suddetta camera da letto.
FASE 2: Homo abilis
C’è una ragazza che non ha ben chiaro cosa fare della sua vita. Finalmente trova un lavoro che le piace e ci si butta cuore e anima. La distoglie dai brutti pensieri e dalle malattie che la sua mente inventa. Ora è seduta davanti al computer, mentre dall’ufficio della sua responsabile proviene l’inconfondibile rumore di una calcolatrice a nastro. Lei si obbliga a non ascoltare, aiuta gli utenti, passeggia nervosa, ostenta una calma che in realtà non possiede minimamente. Dopo un tempo infinito quella porta si apre, ne escono tre donne che le si fanno incontro con un foglio. Sopra vi è indicato il suo orario di servizio. Ce l’ha fatta, lavorerà ancora lì. In quel posto che adora. E’ al settimo cielo. In un paese che va a rotoli lei qualcosa riesce lo stesso a guadagnarla. E a metterla da parte. Per festeggiare si prende cinque minuti di pausa ed esce a bersi un buon caffè al bar gustandosi la fresca aria frizzante di metà febbraio. Non poteva sperare di meglio da quel superstizioso venerdì diciassette.
FASE 3: Homo erectus
La famosa cantante da mesi in cima alle hit mondiali osserva il nuovo pianoforte che arricchisce l’atrio di casa sua, insicura su quale posizione occupi il MI in quella tastiera tutta uguale. Poi entra nel suo studio di registrazione privato, campiona una ben nota canzone che fungerà da base e crea strofe e ritornello col generatore automatico di testi del suo computer. In cinque minuti è pronta la canzone che venderà milioni di copie (e, per inciso, le frutterà milioni di dollari).
FASE 4: Homo sapiens
La moglie di un noto calciatore, ex soubrette ora mamma, esce di casa. Si avvicina alla sua limousine e l’autista le chiede dove voglia andare. Annoiata sbuffa e risponde che non lo sa ancora. Nel chiudere la portiera dell’auto le si rompe un’unghia da poco smaltata di rosso scarlatto. Impotente la donna la guarda, mentre una lacrima le fa colare il rimmel e lascia un solco chiaro sullo strato di fondotinta compatto che, poverina, aveva impiegato un’eternità a stendere, senza nemmeno l’aiuto di una truccatrice. Poi apre la borsetta in pelle di coccodrillo ed estrae un telefonino ultrapiatto tempestato di diamanti. Chiama il suo amante, noto psicologo di fama internazionale, e fissa un appuntamento per il primo pomeriggio. E’ convinta che tutto nella sua vita, a partire da quell’unghia spezzata, le stia andando storto. E disperata non capisce perché.
CYBERSHOT
(Perchè la tecnologia è un'arma a doppio taglio)
Wow, sì che bello, madoooooooooooooooooonna...
Finito il lavoro corro a casa con un andamento da maratoneta spacco tutto e accendo la mia nuova fotocamera digitale. Che bella, monitor di due metri X quindici. Risoluzione di quattrocento miliardi di pixel, flash effetti cuoricini seppia bianco e nero mp3 filmati acqua calda cocaina - già mi vedo a girare per il mondo a scattare capolavori che le principali testate giornalistiche mondiali si contenderanno.
Studio il manuale d'istruzioni, provo e riprovo faccio disfo e rifaccio poi vado a caso perchè il librone mi stufa. Provo l'autoscatto - inserito - click - ok. E quella? Che cazzo di funzione è?!? Boh, mettiamola e vediamo che succede.
5...4...3...2...1...flash...click...
Oddio, dove sono? Vuoi vedere che 'sto gioiello di tenologia mi ha risucchiata?
Sbatto la testa contro i cristalli liquidi ma tutto quello che ottengo è una lieve increspatura concava sul display.
VVUVVUVVUPUNTOTRENITALIAPUNTOCOM
Sto viaggiando sull’Orient Express. Il treno sibila nella foresta siberiana ed in perfetto orario entra nella stazione linda e pulita. Il mio sedile, come tutti gli altri del resto, è ricoperto di candido velluto rosso che profuma ancora di fresco bucato. Tutt’intorno drappi e candelabri fanno da cornice ad un viaggio che i potenti ammortizzatori ti fanno godere in tutto il suo splendore. Non ci sono hostess ma solo delle conturbanti odalische con cavigliere tintinnanti e addosso solo qualche velo che ti sorridono sornione mentre ti porgono caffè espresso appena macinato e tutti i quotidiani del mondo…
All’improvviso sussulto. Il mio braccio anchilosato urla vendetta, perdo un guanto e mai più lo ritroverò in quel ricettacolo di insetti carnivori che è il pavimento del treno pendolari. I finestrini vengono abbassati in contemporanea appena il treno si ferma per chissà quale motivo in aperta campagna: il riscaldamento è rotto ed è bloccato sui quarantacinque gradi costanti. Nessuno si lamenta, il vagone dopo il nostro è buio e gelido e i pochi che vi si sono seduti stanno bruciando i sedili e il contenuto dei cestini mai svuotati da trent’anni a questa parte per scaldarsi. Vorrei tanto stendere le gambe, ma non posso. Davanti ho un giocatore di basket con le ginocchia infilate nei denti e la testa rasente al vano porta valigie. Al mio fianco una impiegata si trucca con destrezza mentre il treno sobbalza e si lamenta per la mia invadenza: “Scusi signorina – mi grida nell’orecchio – non è che potrebbe spostare leggermente la sua narice sinistra? Un minimo di sacrificio e stiamo tutti più comodi… eccheddiamine!” L’intero vagone si volta a guardarmi mentre mi appello al Quarto Emendamento per giustificare la mia O.S.A. (Occupazione di Spazio Altrui). Apro il coltellino a serramanico e mi recido la narice incriminata, parte dell’orecchio sinistro ed entrambi i pollici, non si sa mai, meglio essere previdenti… Poi alzo la musica a tutto volume per coprire il rumore che fanno i freni quando non funzionano e per la puzza… beh, per quella non c’è niente da fare…
Ricomincio a sognare di viaggi fatati sull’Orient Express, così non mi rendo conto del deragliamento appena fuori Borgolombardo. Esco illesa da quella scatola di ferro e merda e mi dirigo a piedi verso casa. Sicuramente ci metterò meno tempo a tornare.
Quella sera s’era reso conto d’essere il frutto d’un semplice quid d’amore, solo l’ipotesi di un climax. Seduto coi genitori, figlio unico, a sorseggiare la moretti calda da venticinque, in silenzio. A guardare due anziani che non si parlano, che a malapena si rendono conto di condividere un appartamento in periferia.
Pensionato, casalinga. Lui, il padre, uomo d’altri tempi, che ha fatto il sessantotto cercando di risolvere l’irrisolvibile, o che magari l’ha solo raccontato, osserva silenziosamente il resto degli asparagi unti nel piatto. Lei, di spalle, posa la piccola confusione tintinnante di piatti nel lavello, ascoltando come unico rumore il frusciare della gonna da casa, le pattine a lucidare per inerzia il pavimento così anni ottanta. Lui, il Figlio, pallido e dinoccolato per natura, un filo lieve di barba, occhiaie gonfie e stanche da vecchio. Scarpe rovinate. Senza un vero look, in controtendenza rispetto ai tempi così frivoli, giovani gonfi di sapienza indotta da un canale televisivo patinato e molle, nonostante il ritmo angosciante di quello che persone virtualmente reali presentano, confrontano, litigano, rissano, propongono. A questo pensava lui, Figlio, mentre sorseggiava la fine della moretti, calda che sembrava quasi brodino.
Si alza dal tavolo, sbuffando, dicendo: “Allora parto domani, papà.”
Guarda ancora il tavolo.
“Mamma, domani mattina preparo la valigia. Adesso vado a letto.” Esce dalla cucina. “Buonanotte.”
I genitori sentono i passi veloci del figlio salire le scale, due a due, chiudere la porta della camera.
La madre si siede. Ancora piacente, leggermente cicciotta, guance rubizze per il barbera della cena, solo un bicchiere. Sbuffa. Sorride verso il marito, che sorride anche lui, senza averla vista. Alza gli occhi verso di lei. Ha gli occhi azzurrissimi che ridono, vecchio giovane pieno di vita. Le rughe intorno agli occhi, un labirinto d’emozioni depositate come lapilli di lava sulla terra.
“Ti amo”, le dice.
“Ti amo anch’io” dice lei.
Si prendono la mano.
RUNTIME ERROR
BUM! Un rantolo e poi… silenzio. Forse un blackout improvviso, forse un millennium bug ritardatario. Il pc era morto e lei in crisi nevrotica lo fissava impotente. Dalla directory del floppy disk provenivano sommesse risate di scherno che cessarono dopo una formattazione completa. Ora lo schermo sfrigolava come totani in una padella d’olio boolente.
RISORSE DEL COMPUTER. Aveva perso tutto. Si alzò da quella stramaledetta scrivania e scricchiolò nel silenzio notturno. Il nervosismo ha un rumore allucinante, sa di denti sfregati uno contro l’altro fino a farsi venire le convulsioni. Dopo la completa disfatta tecnologica intinse la penna d’oca nel calamaio e scrisse su consunte pergamene babilonesi. Lo scanner era un inutile fotocopia di se stesso e così inutilmente si strangolò col cavo USB che lo collegava al computer. Pallido riflesso di glorie passate, scansionò anche il momento della sua morte. C’era troppo silenzio per scaricare la frustrazione, persino l’amarezza zigzagava come una farfalla che srotola la sua spirotromba per suggere nettare da piante carnivore che immancabilmente la divorano. Si alzò, e la polvere si frantumò urlando agghiacciata sotto le sue pantofole invernali. Testa di Silicio sputò fogli con disegni criptici che contenevano precise istruzioni sull’imminente attacco marziano alla Terra. Avrebbe potuto fermare un’ecatombe, ma preferì nutrire l’anoressico tritadocumenti vegetariano.
“Devo scrivere sul mio blog”, sibilò nell’aria gelida facendola sanguinare, poi stramazzò al suolo quando le fibre ottiche della sua connessione a zerovirgolazerozerododici kappa fissarono nei loro occhi la sua immagine rassegnata ed impotente.
OGGI HO GIA' SCRITTO 25 RACCONTI E NON STO ANCORA MALE
Non ne posso più di tutte queste palline che si spostano ondeggiano e mi fanno vomitare. Stamattina ho riletto i miei scritti di qualche mese fa e cazzo come sono cambiata cambio giorno dopo giorno evolvo o involvo chi lo sa, ma ogni volta mi stupisco. Trovo tutto quello che ho fatto fino a ieri puerile infantile manieristico senza senso... in poche parole anzi in una sola: SCHIFOSO. E ho una grandissima irrefrenabile voglia di prendere tutto e gettarlo nella spazzatura per fortuna il mio senso di raccolta e catalogazione unito al mio senso di inconscio auto-compiacimento mi frenano e lascio tutti i miei quadernetti al loro posto. Perchè, diciamo la verità, sono un Narciso di merda. Mi piace specchiarmi in me stessa e mi piace quello che vedo. Lo denigrerò fino all'ultimo istante di vita ma mi piace essere diversa da tutti gli altri scrivere tutto il giorno pensare al contrario vedere quello che gli altri non vedono. Mi fa sopravvivere mi fa resistere in una società che ti schiaccia dal momento in cui esci dall'utero materno.
Azz mi suona il cellulare, devo fermarmi.
Ok, si parlava di sboccare... Non prima, al cellulare intendo... Beh ho perso il filo e non posso più andare avanti col discorso di prima. Ricordo solo che vorrei andare in mille pezzi e frantumarmi come uno specchio che cade di spigolo su un pavimento di marmo di Carrara. Morirei in un cesso, ma in un cesso di lusso. La mia vita è il cesso. Io sono lo specchio. La morale della favola trovatela voi perchè i fili mi stanno uscendo dal cervello ma non riesco a metterli insieme.