Il meshuggah dello shtetl
E tutti questi omini da dove sbucano? Non so, ma ora, inevitabilmente, li devo uccidere. Tutti, uno dopo l'altro. Lentamente.
E poi andare. Finalmente verso la meta. Ma cammino, poi corro, e quando mi parte un embolo mi fermo. Mi guardo attorno, e sono nello stesso punto in cui ero prima. Uccido altri omini, rubo loro i mezzi per spostarmi, e con estrema difficoltà arrivo. Tutti mi guardano quando passo. E tutti muoiono. Li odio, nella loro inquietante uguaglianza.
Dove vado? Sono sempre imprigionata, volente o nolente, a questo automatismo. A questo inevitabile, incorruttibile, ritmo circadiano.
Non ricordo nulla. Mi muovo come un robot telecomandato. Ma va bene così.
Finchè riesco a sopravvivere.
Tempo.
Tempo che sfugge.
Tempo che si dilata nel dolore.
Tempo che muore nel sole, che sopravvive nel cuore.
Tempo.
Tempo degli astri.
Tempo delle parole.
Tempo degli abbracci. Tempo del pianto.
Tempo.
Tempo del viaggio.
Tempo che si ferma, mentre sono al tuo fianco.
Tempo sempre breve, tempo ormai stanco.
Tempo.
Tempo che uccide.
Tempo che scivola, che vive nel silenzio.
Tempo di musica, nella chitarra e nella voce.
Tempo.
Tempo che impazzisce.
Tempo che semplicemente passa.
Tempo.
Tempo di sparire.
Tempo di sorridere.
Tempo distratto.
Tempo che dimentica e che poi ricorda.
Tempo. Un altro anno.
Tempo.
Tempo di leggerci ancora.
A chi c’è stato, nel tempo, ma soprattutto a chi c’è adesso.
Difficilmente metto dediche, ma questa è per voi: a Pat, a Nico (la mia SMAP), a Helga, a Ele, a Giosuè.
In questo giorno speciale, grazie di cuore.
Che il Metallo discenda su di Te e con Te rimanga sempre.
E se non lo vuoi... che discendano sul tuo crapone innumerevoli mazzate!
I miei più sentiti auguri. Affacciati alla finestra che alzo a palla il Marshall sul balcone e ti suono una distortissima, metallosissima Heavy Fuckin' Birthday!!
Hellrider... From Hell!!!
Respira. Respira forte. Ok, fermati. Resta lì, immobile. Pensa. Rifletti.
Metto in pausa il videoregistratore. I fotogrammi si sgranano uno dopo l'altro come gocce di pioggia sul vetro di una finestra.
La pazzia è la logica di una mente accurata. Consolante. Beh, mi calza a pennello. Mi giustifica. Inietta speranza nella mia mente malandata. Forse è solo una maschera, una delle tante che ci mettiamo addosso. Per proteggerci. Per difenderci. Boh, questo lo lascio dire a chi ha un briciolo di intelligenza in più di me. Queste maschere che pesano come macigni, ma nonostante tutto non le togliamo mai, nemmeno nella calma rassicurante delle nostre case. Nemmeno nel privato silenzio della sera che sta per scendere.
La pazzia è la maschera più leggera, basta quella per non sentire non pensare stare fuori dal recinto in cui tutto il resto del mondo pascola affamato. Nessuno che alza gli occhi per guardare gli occhi di un pazzo. E' la paura. La paura di trovare negli occhi del pazzo un po' dei suoi. Il suo sguardo, la sua anima. Il suo folle grido.
Cammino lentamente, come in moviola. Lentamente l'immagine si avvicina. Metto in pausa. Resto immobile a fissarmi sullo schermo fino alla fine del mondo. L'immagine si sgrana. No, questo film non andrà più avanti. Voglio distruggerlo, per sempre. Non voglio vederne la fine. Perchè alla fine, lo so, la maschera bisogna toglierla.
Non c'è niente che non va. Rilassati, respira. Resta lì, immobile.
Ora prendi quella biro e scrivi su quel foglio: "La pazzia è la logica di una mente accurata".
Tra un istante tutto svanirà. In un dissolvendo totale.
Questo silenzio mi spiazza. Mi attanaglia. Sento tutti i rumori gli impercettibili scricchiolii di una mente che sta cessando di (r)esistere. Pazzia. Pazzia sublime che arriva. Ne sento i mostruosi raggi che si impigliano ovunque e mi si infilzano negli occhi.
Cado, giorno dopo giorno sempre di più. Mi anniento, annichilendo davanti ad un tramonto vuoto, nella stazione solitaria e deserta. Piango per strada, dove Chiunque mi osserva e si fa beffe si me. Ho sonno. Un sonno perenne che atrofizza. Scrivo, ma le parole si accartocciano le lettere si intrecciano e il freddo vuoto traspare.
Che fare?
Vivere nella chimica incombente o sopravvivere nella realtà virtuale?
Nulla di ciò che il libero arbitrio concede mi è concesso, nulla di ciò che la raziocinante mente ammette mi è ammesso.
Vago, vago altrove. Valgo quando vago, e non valgo niente, perchè non vago mai.
Pensieri nel buio, nel silenzio spiazzante che diventa delirio. Silenzio tutt’intorno, che prende un urlo e lo riduce a decibel zero. Silenzio estremo, eterno, incessante.
Dov’è il mio grido?
Si è perso nel momento.
Si è perso nel rimpianto.
SOPHIA
E in sei sole corde ci stanno tutte le miglia che hai percorso. Tra le vie dei Sud dove il sole brucia il viso e il vento attraversa la frontiera, negli occhi delle nuvole e degli amori che se ne vanno.
E sulla tastiera scorre la vita intera. Una chitarra, una bottiglia, una voce, e niente più.
Niente più in questo limbo d'oro. Svegliarsi ogni giorno con addosso chilometri di strada. E quel viaggio negli occhi, nell'anima e nel cuore. Quel viaggio che la mano di viandante saluta lesta, prima di tuffarsi negli accordi del ricordo.
Il teatro è piccolo, la polvere sale e gioca tra le luci di platea. Il palco è scarno, solo una sedia e poco più. Movimento fluido che alterna silenzio e rumore. Ogni cosa è spenta. Cervello e cuore ad intermittenza. Scoppia e poi tace, nelle mille voci che si rincorrono nell'aria. Ipnotiche, danzanti. Parole sussurrate, pazze acrobazie del cuore.
Sei corde, sei corde soltanto. L'acustica dell'esistenza è un accordo intonato. Chiudi gli occhi, respira forte.
Il tuo mondo è lì. In una chitarra pronta a suonare. In una chitarra pronta al silenzio.
Il tuo mondo è lì. Tra la musica davanti a te e la strada alle tue spalle.
SCRICCHIOLANDO NELL’INCERTEZZA
Un rumore che sembrava impossibile da fermare. E poi silenzio. Ascoltare immobili gli scricchiolii del proprio corpo. Assistere inermi al continuo rimescolamento di emozioni e sensazioni.
Dove sei?
Ti ho perso. Proprio oggi. Tornerai. Forse un giorno.
Forse.
Anche se non sarò più qui ad aspettarti.
Mi alzo intorpidita da questo continuo scorrere di pagine. Intorno non c’è più niente, solo la mia rassicurante realtà virtuale. Fare i conti con un mondo indistinto, fatto di pixel e di matrici, di codici binari e programmi interattivi. Sono qui, con un monitor che consuma inesorabilmente il mio sguardo, in netto contrasto con l’avvenire là fuori. Non posso alzarmi da questa sedia. Non posso alzarmi. Non posso.
Potresti arrivare. Bussare con fare disinvolto alla porta della mia stanza. Mi aggiro per la casa. Incerta disegno ghirigori senza senso sulle pareti del salotto. Intorno solo silenzio.
Il mio corpo reclama riposo, più non si accontenta di questa innaturale costrizione. Costrizione fatta di libri e tastiere troppo spesso utilizzate. Rattrappita non riesco più nemmeno a piangere.
Il terrore non mi spaventa, l’ingiustizia non mi accalora, mi muovo inerte credendomi inerme. Ormai i circuiti di questa elettronica salvifica hanno invaso i miei tessuti. Sono un essere senza sentimento né forma. Lo scandalo non mi tocca, la pietra gettata contro gli innocenti non mi fa sussultare di solidarietà.
Gioco semplicemente con le parole, in ruvidi gesti che trasformano una frase in un’accozzaglia inebriante di scomode verità.
Cos’è questo se non un momento nell’instabilità?
La grande lezione della vita moderna.
Parlare del niente, circondandosi del tutto rassicurante.
Sfruttare le doti, seppur carenti. Decimare le sostanze, esaltare le apparenze.
Dove arriva il tuo pensiero? Alla sorgente del delirio. Alla sorgente del vuoto. Dove le stelle non girano più e si dilatano nello spazio cosmico.
E dove arriva l’azione? Non parte nemmeno. Troppo impaurita da questo buco nero che inghiotte tutte le buone intenzioni. Perché scoprire l’essenza è mettersi a nudo, e mettersi a nudo è perdere in partenza.
Dove arriva l’ambizione? Supera il lecito, viaggia siderale nel mondo dove tutto è consentito. Anche l’insano gesto, anche l’insana passione.
Esercizio di stile, formattazione mentale. Inquadramento sensoriale, eccitante esibizione. Io sono il meglio, è la scritta che lampeggia nel cielo, invisibile a tutti tranne che a se stessi. Sfruttiamo il momento, è l’era delle grandi occasioni.
Prendi tre, paghi due, mentre le Parche tagliano il cordone ombelicale della memoria.
Cosa vuol dire? Nessuno lo sa. Nemmeno il genio nel suo cervello efferato. Nemmeno l’ignorante nel suo braccio possente. Viviamo. Forse per gioco, forse per niente.
E questo cos’è? Afferro le gocce di pioggia, cercando la prima forma che è caduta dal cielo. Evapora lesta tra le mie mani sporche. Assaporo il vento, che scompiglia fastidioso i miei capelli e mi sussurra ciò che mai è stato detto.
E cos’è questo?
Cos’è questo se non un momento nell’instabilità?
Silenzio.
Sala vuota. Scricchiolii del tempo.
Intenzione che si fa promessa. Trambusto lieve che preannuncia tempesta.
Silenzio.
Sguardo profondo. Sorriso del momento. Cinguettio senza sosta. Inverno ed estate in ciclica alternanza.
Silenzio.
Tra i sussurri e i muri antichi. Nel crepitio del fuoco.
L'incombenza di un'anima.
Solitudine che conforta. Parola che muore sulla bocca.
Silenzio.
Fruscìo di inchiostro che scorre sul bianco. Fruscìo di pagina che si gira lentamente.
Vento, tanto vento.
Silenzio.
Candela che si spegne nella notte.
Laggiù, solitario, un canto.
Vita e morte di un morto vivente
Cosa posso dire?
Forse vita e morte di un morto vivente non sono poi così interessanti.
Forse il mio pubblico di nicchia sorseggia Hoeegarden ai tavolini del pub, senza sapere di essere il mio pubblico di nicchia.
Cosa posso dire? Se mi sento così piccolo e insicuro e indifeso da avere reazioni violente ad ogni mezzo sorriso che non mi piace.
Cosa ti aspetti che ti dica quando mi dici che mi ami, dopotutto, come faccio a saperlo?
E come fai a sapere che a me interessa? E come facciamo ad amarci se nessuno ce lo insegna?
E poi non è che ti amo, è che odio tutto il resto.
E come faccio a pensare al futuro, se non esiste?
Ma poi a chi sto facendo queste domande? Forse al secondo cassetto della scrivania, dove giacciono tutte le cose che scrivo, e forse in mezzo al mucchio ci sono anche delle risposte. Merda, dovrei guardarci ogni tanto in mezzo al mucchio.
Ci sono tante storie nella mia testa, demoni impazziti che si manifestano sotto forma di brufoli in faccia, la domenica mattina. Ci sono miliardi di storie che non vogliono essere raccontate, ma è come sottoporsi ai caricaturisti da strada a Viareggio o a Gabicce mare, farmi ritrarre dai miei demoni lungo un viale costellato di costosissimi superalcolici. E ogni demone mi ritrae con quel cazzo di sorriso standard che fanno loro, e quel cazzo di sorriso standard è la grammatica e la sintassi, la perfetta conoscenza della ritmica e dell’acustica di un periodo. E l’ossimoro, e l’allitterazione,
e tutte ‘ste cose che rendono noiosa anche la poesia.
Demoni miei, andate al Diavolo. Darei la mia fantasia in cambio di un sacchetto di liquirizie.