Il meshuggah dello shtetl
L’ULTIMO GIORNO

Quel volto si avvicinò al mio viso e mi baciò con tenerezza.
Violentemente lo allontanai da me.
“Io sono l’angelo simmetrico, non avere paura” – rispose. E vidi le sue ali di fuoco. I suoi occhi bianchi e i suoi capelli corvini. Il suo vestito nero e la sua lingua d’oro. Sulla mia bocca iniziarono a sgorgare fiori e serpenti e l’angelo simmetrico si librò alto nel cielo tenendomi per mano.
Mi trasportò su una nuvola e mi mostrò il mondo al di fuori del mondo.
Mi apparve come una grande massa di carne in putrefazione, i polmoni sfatti e le sinapsi incenerite.
Grandi occhi per grandi lacrime, e niente più.
Il suo grido si sparpagliò tra le pieghe del tempo e raggiunse la mia anima nascosta.
Questa volta non lo fermai.
L’angelo simmetrico mi sussurrò: “Ti ricordi quel verde prato? E’ lì che tutto è incominciato”.
L’angelo simmetrico mi passò il suo sapere con il suo bacio.
Mi sgorgò dentro come un fluido e allora capii.
Non ci fu bisogno che mi spiegasse.
Sapevo già il vero nome dell’angelo simmetrico.
Grazie a Claudia, che ha creato questo splendido disegno, dando forma concreta alla protagonista del mio racconto. Spero che la nostra casuale collaborazione non si fermi qui, intanto a te va la dedica di questo mio "Ultimo giorno".
Crema, 1 settembre 2006
Concerto dei Marta Sui Tubi
Restare lì, sotto al palco, fino all'ultima nota. Trattenere lo sguardo sognante e scorgerlo identico negli occhi della gente intorno. Sognare, sognare con una chitarra impazzita e una voce che può fare quello che vuole. Perdersi nelle asincronie del tempo e in una ritmica di batteria, perdersi nelle parole sussurrate appena o urlate con tutta la violenza di cui un uomo è capace. Sognare, sognare che questa musica duri per sempre, che si faccia strada ogni istante nel mio cuore e non trovi più la strada per uscirne. Sentire ogni nota presa in consegna dal sangue e portata in circolo in ogni distretto del corpo.
Sentirsi in pace con se stessi, con la musica - e non volere altro, e non volere altro, se non un momento in più per sognare ancora. Dimenticare ogni timidezza, osare un approccio che mai sarebbe sgorgato senza le note a fare da collante tra anima e anima, tra cuore e cuore.
Sentirsi svuotati, quando tutto finisce e resta solo il ricordo di una magica serata. Ogni gesto diventa superfluo, essere solo corpo che si perde nella musica, essere solo anima che vola sui tempi obliqui e sulle parole funamboliche. Ripartire, dopo un sogno che sembra eterno. Chiudere gli occhi e sorridere.
Che cosa siamo di fronte a tanta emozione? "Solo un infinitesimo di te e di me, solo una parte infinitesima". La strada si snoda rettilinea nella notte, mi riporta a casa mentre in testa vorrei che il viaggio non finisse mai. Ma cos'è questo triste ritorno? "Solo un infinitesimo di te e di me, solo una parte infinitesima".
Vibra
un solo lungo istante
nelle asincrone pieghe del niente
Rimbomba
di estasi e follia
in una voce impazzita che vola lontano
Si spezza
tra le corde sgualcite
di mille anime sognanti