Il meshuggah dello shtetl
Un rumore che sembrava impossibile da fermare. E poi silenzio. Ascoltare immobili gli scricchiolii del proprio corpo. Assistere inermi al continuo rimescolamento di emozioni e sensazioni.
Dove sei?
Ti ho perso. Proprio oggi. Tornerai. Forse un giorno.
Forse.
Anche se non sarò più qui ad aspettarti.
Mi alzo intorpidita da questo continuo scorrere di pagine. Intorno non c’è più niente, solo la mia rassicurante realtà virtuale. Fare i conti con un mondo indistinto, fatto di pixel e di matrici, di codici binari e programmi interattivi. Sono qui, con un monitor che consuma inesorabilmente il mio sguardo, in netto contrasto con l’avvenire là fuori. Non posso alzarmi da questa sedia. Non posso alzarmi. Non posso.
Potresti arrivare. Bussare con fare disinvolto alla porta della mia stanza. Mi aggiro per la casa. Incerta disegno ghirigori senza senso sulle pareti del salotto. Intorno solo silenzio.
Il mio corpo reclama riposo, più non si accontenta di questa innaturale costrizione. Costrizione fatta di libri e tastiere troppo spesso utilizzate. Rattrappita non riesco più nemmeno a piangere.
Il terrore non mi spaventa, l’ingiustizia non mi accalora, mi muovo inerte credendomi inerme. Ormai i circuiti di questa elettronica salvifica hanno invaso i miei tessuti. Sono un essere senza sentimento né forma. Lo scandalo non mi tocca, la pietra gettata contro gli innocenti non mi fa sussultare di solidarietà.
Gioco semplicemente con le parole, in ruvidi gesti che trasformano una frase in un’accozzaglia inebriante di scomode verità.
Cos’è questo se non un momento nell’instabilità?
La grande lezione della vita moderna.
Parlare del niente, circondandosi del tutto rassicurante.
Sfruttare le doti, seppur carenti. Decimare le sostanze, esaltare le apparenze.
Dove arriva il tuo pensiero? Alla sorgente del delirio. Alla sorgente del vuoto. Dove le stelle non girano più e si dilatano nello spazio cosmico.
E dove arriva l’azione? Non parte nemmeno. Troppo impaurita da questo buco nero che inghiotte tutte le buone intenzioni. Perché scoprire l’essenza è mettersi a nudo, e mettersi a nudo è perdere in partenza.
Dove arriva l’ambizione? Supera il lecito, viaggia siderale nel mondo dove tutto è consentito. Anche l’insano gesto, anche l’insana passione.
Esercizio di stile, formattazione mentale. Inquadramento sensoriale, eccitante esibizione. Io sono il meglio, è la scritta che lampeggia nel cielo, invisibile a tutti tranne che a se stessi. Sfruttiamo il momento, è l’era delle grandi occasioni.
Prendi tre, paghi due, mentre le Parche tagliano il cordone ombelicale della memoria.
Cosa vuol dire? Nessuno lo sa. Nemmeno il genio nel suo cervello efferato. Nemmeno l’ignorante nel suo braccio possente. Viviamo. Forse per gioco, forse per niente.
E questo cos’è? Afferro le gocce di pioggia, cercando la prima forma che è caduta dal cielo. Evapora lesta tra le mie mani sporche. Assaporo il vento, che scompiglia fastidioso i miei capelli e mi sussurra ciò che mai è stato detto.
E cos’è questo?
Cos’è questo se non un momento nell’instabilità?