Il meshuggah dello shtetl

Lontano da qui. Viaggia il treno verso la notte.
Ruba gli attimi eterni del vuoto e della rassegnazione.
Tutto finisce in questo anno assurdo, in questa vita che è follia, in questo freddo che nasconde il dolore solo per un istante.
Dove cadono i passi incerti di un cuore che brucia? Dove affondano le ferite di un'anima che muore lentamente? Si scontrano con la realtà infinita, eternamente sospesa nell'incerto.
Indefinita osservo la buia campagna, sentendomi come gli alberi spogli che il treno lentamente fa apparire.
Smettere di scorrere, smettere di urlare. Smettere di vivere. Smettere di pensare.
Racchiudo i sentimenti in una scatola di legno e la osservo bruciare finchè non rimane solo che cenere davanti ai miei occhi.
Cenere, che si perde e si disperde al soffio leggero del mio respiro.
C'è questo senso ipocondriaco del voler scrivere a tutti i costi scrivere perchè si sta male scrivere perchè si sta bene ma veramente questa vita è degna di essere scritta?
C'è gente che scrive dei suoi viaggi dei suoi amori delle sue esperienze e ne ha avute miriadi di migliaia di milioni... Ma io - io che ho passato la mia esistenza tra le quattro mura di una stanza a sognare fantasticare guardando il cemento fuori da una finestra... io che posso scrivere? Che posso scrivere se non che tutto quello che mi accade lo vedo come se fossi al cinema a guardare un film? Che posso scrivere se non quello che la mia mente produce pur non facendo niente per giorni e giorni? Sono le emozioni che contano. Quelle sì che arrivano sempre. E continuano a cambiare e non so come facciano ma un giorno ci sono e poi se ne vanno a volte resistono un'ora un minuto e in solo istante cambiano - mutano in un andirivieni incessante.
C'è chi vive col corpo io vivo con la mente ed è spaventoso come questa non cessi mai di dibattersi. Il corpo a volte si riposa. La mente mai. Forse la mia è malata perchè non mi fa nemmeno dormire continua a pensare pensare pensare e mi sveglio col cuore agonizzante.
Eppure sembra tutto perfetto in questo quadro senza cornice. Sembra che tutti i colori siano al posto giusto banalizzando tinte che mai si potranno disegnare.
Ed è assurdo che l'ispirazione mi prenda anche qui in un'aula che mi fa soffocare mentre aspetto che qualcuno si degni di ricevermi.
Ed è pazzesco come la scrittura si sostituisca ai miei doveri quotidiani e ci provo a scacciarla ma lei arriva e basta. Non c'è modo di fermarla.
Ci riesce solo un crampo alla mano.
Quei giorni strani, quei giorni in cui non sai più chi sei, anche se in realtà non l'hai mai saputo. Quei giorni in cui una piccola sorpresa SI trasforma in immensità, TI trasforma in immensità. Senti che la speranza esiste e persiste, flebile, laggiù, lontano, ma c'è. E forse, chi lo sa, ha raggiunto anche te. Quei giorni assurdi, quei giorni in cui il mondo si trasforma, piangi e ridi per un nonnulla, ridi e piangi e non ti ricordi perchè. Quei giorni che vorresti non finissero mai, o che vorresti passassero più in fretta, perchè il ricordo è dolce quando è un dolce ricordo. Quei giorni quieti e frenetici, nella loro frenetica quiete e nella loro quieta frenesia. Quei giorni pieni e assurdi, che entrano in te ed escono dal mondo. E sto qui a piangere per niente, a ridere per niente, ma va bene lo stesso.