Il meshuggah dello shtetl

Tornavo a casa e respiravo l'aria fredda ed umida del mare.
Camminavo. Una voce dentro di me mormorava: "ho chiuso il mio armadietto. Ho girato la chiave nella serratura, e sigillato dentro il Sorriso di Giuseppe, gli occhi grigi di Lisa, l'abbraccio di Deborah, le lacrime di Angela, la voce di Giovanna, la stretta di mano di Simone, il profumo di Emilio, le imprecazioni di Rino, la parlata di Antonio, le battute di Roberto, l'affetto che ho dato e innumerevoli altre tracce che Loro mi hanno regalato. Ed ancora: le levatacce alle 5:40 del mattino, le ore passate in risonanza magnetica, l'odore delle terapie intensive, il sangue delle sale operatorie, il torpore da cloroformio, le luci fredde dei corridoi... Ho chiuso il mio armadietto."
Sulle note di Steve Stevens questo spicchio di vita mi scivolava via, mi scivolava dalle braccia, dalle mani, dalle dita mentre lo ammiravo con gli occhi pieni di lacrime, lacrime che non scendevano, che rimanevano lì e mi annebbiavano la vista.
Mi fermai. Sola, nel buio, un'ultima volta mi girai per guardare il mare. La voce continuava: "vorrei rimanere qui, ma qualcosa mi trascina avanti e m'impedisce di guardarmi indietro... Perchè ora solo avanti voglio andare, correre, volare..."
Sorridevo.
Ecco antiche sensazioni a lungo sopite che si risvegliano - il viaggio nell'ombra, il viaggio dopo il tramonto del sole.
Tutto acquista maggiore silenzio - il treno illuminato percorre sempre lo stesso spazio, ma è il tempo a cambiare, e cambiando il tempo cambiano anche le emozioni provate.
Tutto si fa più ovattato, più intimo e solitario - la casa diventa meta agognata, in attesa chilometro dopo chilometro di essere rivissuta.
C'è un silenzio irreale nelle stazioni di campagna, seminascoste nel buio di boschi e prati che si preparano al lungo inverno. Il silenzio del viaggiatore stanco, il silenzio di chi vuole semplicemente ritornare.
Ritornare dove? Nessuno lo sa...
Il meshuggah è tornato, e i mille frammenti del viaggio si mescolano nel suo cuore come gocce di pioggia in una pozzanghera troppo stretta.
Il meshuggah ha sognato, ha pianto e ha sorriso, ha scritto nelle campagne all'ombra degli alberi e ha respirato la musica della strada.
Tutto questo scorrere - la strada raccoglie le vite e le amalgama tra loro. Ogni angolo diventa un paradiso in cui tutti si muovono all'unisono e dimenticano sia il riso che il pianto.
L'artista è vero - l'artista è l'uomo, l'artista è la donna che cammina al mio fianco.
Le parole muoiono e rimane solo il silenzio della musica. Musica che combatte e vince su tutto, musica che dimentica, che emoziona, che rattrista o che fa sorridere.
Questo è un mondo perfetto, che non ha bisogno d'altro. Ha bisogno solo della gente che sogna e si emoziona.

Il meshuggah parte, questa volta sul serio.
Parte, anche se vorrebbe restare.
...E se doveva restare, avrebbe preferito partire.
Piange, anche se dovrebbe sorridere.
...E quando sorrideva, era solo per nascondere le lacrime.
E pensa, anche se dovrebbe soltanto agire.
...E quando agiva, era solo per smettere di pensare.
Perchè la sottile inquietudine del viaggio non se ne va mai,
resiste agli abbracci e ai saluti fatti di tramonto e musica splendida.
Tra partenze ed arrivi, continui ritorni.
Perchè l'arrivo è qualcuno che ti aspetta, credendo con la partenza di averti perso.
Ieri sera sentivo i treni scorrere interminabili nella notte calda e senza fine - ogni loro sibilo era un richiamo - e quel rumore nel buio era come un'eco dell'infinito viaggiare. Fischiando rompono il silenzio rompono l'aria prepotente che si annida in perfide goccioline di umidità.
Ogni solco sulla rotaia è un brivido, è il cammino che avanza, è un millimetro in più sulla battgia solitaria di un'esistenza in continuo movimento.
Mi sono addormentata ascoltando i treni e rincorrendoli - quasi drogata di velocità e sogni ad occhi aperti.
Nel viaggio solitario si scoprono mille rumori, visi e persone di diverso spessore, paesaggi di molteplice intensità. Ogni viaggio rappresenta l'ignoto fine a se stesso, perchè troppe sono le variabili da considerare per trasformare il tragitto in meta prevedibile.
Perfettamente incastonato tra il buio e la luce, tra la gioia e il dolore, il mondo scorre pur rimanendo fermo, impassibile ed inarrestabile come la vita stessa che non smette mai di fluire.
Vorrei condividere queste emozioni con qualcuno, ma l'empatia è impossibile da ottenere, sfugge liquida da questo dedalo di emozioni.
La fisso sulla carta, ma muta lo stesso, nel labirinto di strade che percorro istante dopo istante.
La stazione... Tra partenze ed arrivi, profonde riflessioni. Il mio pensiero scorre, e si scioglie nella maliconia di una vita che sembra non raddrizzarsi mai. E penso a un'amica che ora non c'è, lontana per forza di cose, per un destino che si fa beffe di noi. Percepisco la mia infinita impotenza - quel desiderio di aiutare chi amo sempre e comunque, ad ogni costo...
E penso a tutte queste vite che vivo, e alle altre vite che incrocio, in un viaggio senza fine dentro me stessa, dentro a questa esistenza fatta di accordi prolungati di basso e suoni sibilanti senza pietà alcuna. Attorno voci straniere discutono di chissà cosa; ora vorrei silenzio, ma nel viaggio il silenzio è raro, si fa istante e si forma nell'improvvisa attesa.
A volte il viaggio si fa pesante, difficile da sopportare. Vorrei stare vicino a chi ora ha bisogno di me, ma il viaggio mi conduce lontano, e forse controlla la mia invadenza, la mia inutile voglia di fare qualcosa.
I treni continuano a scorrere, li osservo mentre l'aria mi scompiglia i capelli e brucia d'incanto l'ennesima atroce sigaretta. Nulla si placa, nemmeno il desiderio di rimanere immobile fuggendo, semplicemente fuggendo, inutilmente fuggendo.
Per la mia SMAP, sono lì accanto a te.