Il meshuggah dello shtetl
La sera, sì - la sera di un giorno che muore, scolpito nella polvere che il vento cosparge lontano.
Quanto vorrei non amarti... Non per averti, ma per non sentire la tua mancanza. Quanto vorrei... Cosa vorrei... Per sempre. Ora e per sempre.
Nel sole che tramonta tutto si spegne sul mio pallido viso - il viaggio più non distingue la cecità e la vergogna. Si dissolve lento nell'agghiacciante stridore di freni ormai consumati.
Tutto vola. Tutto si sorvola e passa, come d'incanto. Vorrei fermare un'immagine, una soltanto, e morire nel ricordo di un sorriso. Vorrei un momento eterno, solo per me, solo per noi.
Ma tutto sfugge in questo mondo che gira pur stando fermo; gira anche il pensiero, che si dipana per poi tornare immobile su se stesso e su di me.
A nulla serve il pianto, perchè il niente mi consuma. Trasforma l'addio in pallida carezza.
Ora chiudo la porta e attendo. Attendo l'attesa che arriva correndo.
Respira. Respira forte. Ok, fermati. Resta lì, immobile. Pensa. Rifletti.
Metto in pausa il videoregistratore. I fotogrammi si sgranano uno dopo l'altro come gocce di pioggia sul vetro di una finestra.
La pazzia è la logica di una mente accurata. Consolante. Beh, mi calza a pennello. Mi giustifica. Inietta speranza nella mia mente malandata. Forse è solo una maschera, una delle tante che ci mettiamo addosso. Per proteggerci. Per difenderci. Boh, questo lo lascio dire a chi ha un briciolo di intelligenza in più di me. Queste maschere che pesano come macigni, ma nonostante tutto non le togliamo mai, nemmeno nella calma rassicurante delle nostre case. Nemmeno nel privato silenzio della sera che sta per scendere.
La pazzia è la maschera più leggera, basta quella per non sentire non pensare stare fuori dal recinto in cui tutto il resto del mondo pascola affamato. Nessuno che alza gli occhi per guardare gli occhi di un pazzo. E' la paura. La paura di trovare negli occhi del pazzo un po' dei suoi. Il suo sguardo, la sua anima. Il suo folle grido.
Cammino lentamente, come in moviola. Lentamente l'immagine si avvicina. Metto in pausa. Resto immobile a fissarmi sullo schermo fino alla fine del mondo. L'immagine si sgrana. No, questo film non andrà più avanti. Voglio distruggerlo, per sempre. Non voglio vederne la fine. Perchè alla fine, lo so, la maschera bisogna toglierla.
Non c'è niente che non va. Rilassati, respira. Resta lì, immobile.
Ora prendi quella biro e scrivi su quel foglio: "La pazzia è la logica di una mente accurata".
Tra un istante tutto svanirà. In un dissolvendo totale.
Questo silenzio mi spiazza. Mi attanaglia. Sento tutti i rumori gli impercettibili scricchiolii di una mente che sta cessando di (r)esistere. Pazzia. Pazzia sublime che arriva. Ne sento i mostruosi raggi che si impigliano ovunque e mi si infilzano negli occhi.
Cado, giorno dopo giorno sempre di più. Mi anniento, annichilendo davanti ad un tramonto vuoto, nella stazione solitaria e deserta. Piango per strada, dove Chiunque mi osserva e si fa beffe si me. Ho sonno. Un sonno perenne che atrofizza. Scrivo, ma le parole si accartocciano le lettere si intrecciano e il freddo vuoto traspare.
Che fare?
Vivere nella chimica incombente o sopravvivere nella realtà virtuale?
Nulla di ciò che il libero arbitrio concede mi è concesso, nulla di ciò che la raziocinante mente ammette mi è ammesso.
Vago, vago altrove. Valgo quando vago, e non valgo niente, perchè non vago mai.
Pensieri nel buio, nel silenzio spiazzante che diventa delirio. Silenzio tutt’intorno, che prende un urlo e lo riduce a decibel zero. Silenzio estremo, eterno, incessante.
Dov’è il mio grido?
Si è perso nel momento.
Si è perso nel rimpianto.